LA CONTESSA VITTORIA
di Marliviana Schilirò


Vedi Pubblicazioni - Racconto Selezionato al Concorso letterario "Un incontro speciale in montagna"
L'Azione edizione 2003

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:Locandina Concorso edizione 2003


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Una vacanza diversa, quella che mi accinsi a fare, andando indietro nel tempo. La Belle Epoque mi attirava, così un bel mattino, era il primo settembre del 1898, accomodata su un veloce calesse, mentre, il mio piccolo paese di Basalghelle spariva nella nuvola bianca che quello lasciava dietro di sé, mi diressi verso la stazione di Treviso, prima tappa del viaggio che mi avrebbe portata allo stabilimento di cura Vena d’Oro, in quel di Capodiponte, l’attuale Ponte nelle Alpi, per una breve vacanza nella quale oltre allo svago, avrei potuto scegliere tra idroterapia, fanghi, massaggi, cure elettriche, per uscire dallo stress accumulato, e incontrare nobili e artisti del tempo, che abitualmente frequentavano quel luogo. In un capiente baule portavo i costumi adatti all’epoca, confezionati in tutti i dettagli dalla mia amica Diella, per le varie sfilate e rievocazioni che avevano allietato negli ultimi tre anni la nostra comunità. Ne indossavo uno da viaggio di velluto leggero rosa antico. Eccomi alla stazione, il mio treno stava per partire avvolto da un fumo nero, vi salii, si mosse subito fischiando e sbuffando. Un mare di verde scorreva veloce davanti ai miei occhi e si perdeva nella nuvola grigia che il treno si lasciava dietro. Giunta a Belluno, con una comoda carrozza presi la strada verso lo stabilimento, del quale intravedevo la torre spuntare tra i boschi e su di essa la bandiera che si gonfiava nel vento quasi a voler darmi il suo benvenuto. Il cavallo correva veloce sulla strada polverosa che saliva per circa nove chilometri verso Capodiponte, tra due ali di colline boscose. Giunta a destinazione, mi sembrò di buon augurio una scritta in latino sulla facciata della struttura che diceva: “Ciò che niente riesce a guarire, Vena d’Oro guarisce”. La stanza che mi venne assegnata era molto accogliente, arredata in stile Thonet viennese. Due candelabri dorati spandevano intorno una luce soffusa nella quale si perdevano gli ultimi raggi del sole filtrando attraverso le tende chiare. Mi rinfrescai e mi cambiai d’abito. Scesi e volli fare un giro veloce nel parco, prima che il tramonto spegnesse del tutto i suoi meravigliosi colori. Arrivai fino al laghetto; sentivo il gorgoglio di una cascata che, da quello scendeva verso il basso e si perdeva in mezzo al verde, schizzando intorno le ultime gemme di luce. Vicino alla cascata, una figura silenziosa sembrava assorta in quell’incantesimo. Aveva, per me, un’aria familiare, nel suo abito scuro, impreziosito da un colletto di pizzo bianco. I capelli neri raccolti parzialmente sulla nuca, scendevano in riccioli ai lati del viso. Al mio giungere si voltò. Riconobbi, la Contessa Vittoria Aganoor, la più grande poetessa italiana dell’epoca, a detta dei critici del suo tempo. Sapevo che aveva vissuto per vario tempo proprio a Basalghelle, luogo che le aveva ispirato molte delle sue poesie più belle. Che gioia incontrarla lì. Anche lei mi sembrò contenta di conoscermi, saputo che venivo da quello che chiamava “il mio angolo romito”. Mi invitò al suo tavolo per la cena, per approfondire la nostra conoscenza. «Questo posto è splendido e alcuni degli ospiti sono veri artisti li conoscerai presto» mi disse, mentre attendevamo che venisse servita la cena. Brindammo al nostro incontro con un calice di vino fresco e frizzante che si sposava alla perfezione con l’arrosto profumato e croccante che ci fu servito. «E’ fagiano della fagianeria qui sotto, frutto della scorsa battuta di caccia » Mi informò la Contessa. Altri ospiti arrivarono alla spicciolata nella sala. Le prime ad avvicinarsi al nostro tavolo furono la Contessa Alberti e sua figlia che, come mi spiegò Vittoria, provenivano da Venezia. Quasi subito venne a salutarci, un personaggio strano che inchinandosi quasi si piegò in due, e rischiò di perdere la caramella che teneva conficcata nell’occhio sinistro. Era il Conte Remondini, una caricatura che strappò a Vittoria una divertita strizzatina d’occhi e a me un vero sforzo per non scoppiare a ridere. Durante la cena la mia compagna mi illustrò in sintesi lo svolgersi delle giornate a Vena d’Oro. Fin dalle sei e mezzo del mattino con la visita medica e la prima doccia, che era abbastanza difficile da affrontare, perché a quell’ora e fra quei monti il caldo non si faceva certo sentire, era un susseguirsi di appuntamenti tra svaghi e cure. Decisi di coricarmi presto per essere in forma all’indomani. Ci ritrovammo alla prima passeggiata. Eccoci in testa al gruppo, dirette verso il laghetto attraversando il viale delle mimose e poi su, fino alla stalla svizzera per assaggiare il lat- te appena munto. Respiravamo a pieni polmoni l’aria ossigenata dagli abeti e dai larici, allietate dal canto festoso degli uccelli. Poi giù a casa per la colazione. La Contessa mi presentò un altro ospite che aveva conosciuto proprio in quei giorni: Giulio Cantalamessa, pittore e critico d’arte che, amante della poesia, volle subito offrirci un’ode del Carducci, ma venne interrotto suo malgrado dalla Contessa Alberti, che reclamava la nostra compagnia al suo tavolo. Dopo colazione, continuai, con Vittoria, l’esplorazione della struttura. Dalla piazzetta antistante lo stabilimento, il mio sguardo si perse nella vallata sottostante. Dietro a me due spalle di monte, come sentinelle protettive facevano corona a quell’angolo stupendo, mentre dalla chiesetta tra i pini, dedicata all’Immacolata Concezione, alla mia sinistra, veniva un dolce suono di campana che cadeva nei giardini delle rose e si spandeva giù lungo il ruscello, confondendosi con il canto dell’acqua quasi un richiamo al ringraziamento verso il Creatore, per il dono di quel piccolo gioiello naturale che ci ospitava. A scuoterci da quell’incantesimo provvide un chiasso crescente giù sotto verso il campo di bocce. Un gruppetto vi stava disputando una partita. Riconobbi subito la Contessa Alberti. Gli altri non li conoscevo ancora. Vittoria me ne presentò due, Antonio Freschi da Udine, primo violinista d’Italia e un colonnello in pensione di cui mi sfugge il nome. Dopo la seconda colazione e la successiva doccia, via per un’altra passeggiata, questa volta verso le montagne. Vittoria mi confidò che si sentiva particolarmente attratta da quelle che lei chiamava “le figlie del caos” e dalle quali traeva spesso ispirazione per i suoi versi. Stanche e impolverate ritornammo per la cena e finimmo quella g i o r n a t a ascoltando un po’ di musica. Salutai la mia amica e finalmente m’accolse la quiete della mia stanza. Il giorno seguente, il programma proponeva una cavalcata verso il Nevegal, Vittoria fu tra le prime a montare a cavallo, io mi feci coraggio e la seguii. Fu un’esperienza speciale andare veloce nel vento in compagnia di quella mia nuova amica. Facemmo appena in tempo a tornare che, d’improvviso l’aria divenne pesante. Grosse nuvole da dietro le montagne, quasi arrampicandosi, raggiunsero il cielo e, oscurandolo, a poco a poco, parve volessero stendere una coperta su tutta la vallata. Poi un grande acquazzone vi si rovesciò arrivando fino al più piccolo filo d’erba. Ci riparammo sotto la pensilina per ammirare quello spettacolo. Ritornò presto il sole e tutto intorno era bello, fresco e pulito, l’aria impregnata di odore di fieno e profumo di ciclamini. Alla sera, dopo il caffè Vittoria riuscì a sottrarsi ai soliti passatempi e mi invitò nel salottino, perché mi aveva preparato una sorpresa. Io indossai il vestito più bello tra quelli che avevo portato con me, che era di raso verde acqua con adorni di pizzo nero. Mi sentivo molto elegante e ringraziai in cuor mio la Diella per la sua bravura Scesi puntuale all’appuntamento. Assieme alla Contessa trovai il Freschi con il suo inseparabile violino e quasi subito arrivò anche il Cantalamessa. I tre avevano preparato una specie di concerto intervallato da odi e sonetti, che il Cantalamessa poteva finalmente dedicarci. Nell’occasione Vittoria, ci lesse anche le poesie che aveva composto in quei giorni dalle quali traspariva la sua grande sensibilità e il suo amore per la natura che la circondava. Dalla finestra aperta entrava il profumo del bosco. Le note dell’Ave Maria si confusero per un attimo con la musica del violino. Gli occhi di Vittoria erano più luminosi del solito e tutto il suo essere sembrava vibrare per quell’atmosfera incantata che si era creata. La brezza rapì quell’armonia che si perse tra gli alberi del parco, si unì al gorgogliare della cascata e volò su su verso le cime addormentate, conciliandone il sonno... Un altro momento indimenticabile della vacanza, fu la gita sul Piave con la zattera per tutti gli ospiti. Scendemmo a piedi fino a Sagrogna, dove la zattera faceva una sosta. Gli zatterieri, molto disponibili, sostenendoci lungo la passerella che univa la riva all’imbarcazione, ci aiutarono a sistemarci sulla zattera. Poi via verso Mel, scivolando sull’acqua protetta dalle rive sassose che si perdevano tra il verde degli alberi e gli arbusti. A Mel ci aspettavano le carrozze che ci riportarono a Vena d’Oro. Partii a malincuore, conservando il ricordo dei bei momenti di quella vacanza speciale che aveva fuso due epoche, mentre le montagne, testimoni silenziose di quell’incontro, dall’orizzonte mi seguirono per tutto il viaggio di ritorno quasi a voler dire «Noi c’eravamo allora, ci siamo oggi, ci saremo sempre, protettive dispensatrici di salute, testimoni di bellezza e della potenza creatrice di Dio.»