PASSEGGIATA AL BRENT DE L'ART
di Marliviana Schilirò

Vedi Pubblicazioni - Racconto Selezionato al Concorso letterario "Voci, Suoni, Silenzi"
L'AZIONE edizione 2004

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Immagine:Locandina Concorso edizione 2004

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Apro la finestra. Le montagne sono là, figure scure incappucciate di bianco, stagliate all’orizzonte, protese verso un cielo azzurro e pulito. Leggende e fiabe raccontano dei loro segreti, delle creature che le abitano avvolte nel silenzio magico di un’atmosfera incantata. Le guardo da lontano e quasi percepisco il profumo dei boschi, la voce del vento tra gli alberi, il gioioso canto degli uccelli, lo scricchiolio delle “dalmede” di legno dei boscaioli sui sassi delle stradine bianche e quelli felpati attutiti dall’erba e dai tappeti di foglie cadute. Mi piacerebbe verificare di persona quello che la mia immaginazione costruisce. Ho finito di sfogliare, da poco, un libro che illustra un luogo particolare, lassù tra le Prealpi Bellunesi: il “Brent de l’Art”. Un insieme di strettoie e gole profonde scavate e scolpite dall’acqua su rocce a vari strati e di colori diversi. Deve essere qualcosa di misterioso e affascinante, mi incuriosisce. Circa un’ora di macchina e dovrei raggiungerlo, secondo le indicazioni del libro. Mi decido e parto in questa splendida giornata d’aprile. Lasciata la frazione di S. Antonio Tortal e parcheggiata la macchina presso l’ultima casa abitata, imbocco la stradina segnata da una freccia di legno che dice “Brent de l’Art”. Lascio alle mie spalle alcune arnie colorate dalle quali sciami di api con un insistente ronzio, volano verso i tigli e i castagni presenti nei dintorni, tra le cui chiome una brezza leggera sussurra le storie che ha raccolto nel suo girovagare di valle in valle. Mi fermo ad ascoltare, attratta dal verso stridente di una ghiandaia che proviene da alcuni noccioli tra i quali appare e scompare come giocando a nascondino. Arbusti di ginepro, pini silvestri, betulle, si stendono davanti a me in una folta vegetazione che si intercala a radure prative, nelle quali i toni di verde si susseguono in un artistico acquerello. E’ un’esplosione di azzurro, bianco, giallo, viola, rosa: primule, erica, violette, pervinche, non-ti-scordar-di-me, anemoni selvatici, qualche “ciuciabec” e tante foglie verdi di ciclamini non ancora sbocciati, tutti rivolti verso il cielo, sembrano intonare un canto silenzioso di “grazie” al Grande Giardiniere che li ha pensati così belli e diversificati e li ha posti in un luogo incantevole che una corona di monti innamorati di tanta bellezza, protegge silenziosa, come gioielli preziosi in uno scrigno. Mi assale una forte emozione, il cuore si allarga e il suo battito è quasi percettibile all’esterno. Continuo a scendere su grossi ciuffi d’erba per evitare il sentiero fangoso inzuppato dalle recenti piogge e che ora sostituisce la stradina. Mi soffermo a tratti in silenzio per ascoltare il coro armonioso di altri uccelli, fra i quali riconosco il fringuello, il cardellino, e il tipico toc-toc del picchio. Sui bordi del sentiero ancora umido, vedo un gruppo di chiocciole che tranquille e silenziose si godono il tepore del sole che si fa sempre più caldo. Comincio a sentire, in lontananza, uno sciabordio d’acqua e continuo a scendere, con molta attenzione, per il sentiero sempre più ripido. La curiosità e il fascino del paesaggio compensano la fatica. “E’ bello, bello, bello”, mi dico, “questo posto”. Arrivo finalmente al torrente. L’acqua è limpidissima, di un verde pulito; vi si rispecchiano i colori della vegetazione, che, pur essendo saldamente ancorata alla parete di roccia, sembra sospesa nel vuoto. L’acqua inonda con la sua voce gioiosa, le rocce striate di rosso che accarezza scorrendo veloce. Non posso che rimanere in silenzio davanti allo spettacolo che sembra l’opera dello scalpello di un esperto scultore. Mentre sono immersa in quella contemplazione, mi sento tirare per un braccio. Un cosino piccolo, con due occhietti vivaci, un po’ panciuto, vestito di rosso, due brillanti fibbie dorate sulle scarpe, un cappello pieno di fiocchi e sonagli, è lì vicino a me e cerca di attirare la mia attenzione. Lo riconosco subito, è il Mazzariol, ma non mi sembra lo spiritello dispettoso di cui ho sentito spesso parlare. “Vedo che mi hai riconosciuto”, mi dice con un sorriso. “Sta tranquilla, dispetti non ne faccio a chi rispetta e ama la natura, nonostante quello che si dice di me. Sai, sono qui con la mia famiglia”. Infatti, poco lontano su uno spiazzo erboso, vedo un gruppo di esserini vestiti come lui. Mi avvicino: la signora Mazzariola e i sette Mazzarioletti, suoi figli, stanno allegramente facendo merenda e mi invitano a gustare le croccanti focaccine di farina annaffiate dalla grappa di loro produzione delle quali sono molto ghiotti e che anch’io ho trovato deliziose. “Sono qui” continua l’omino in rosso, “perché voglio che mia moglie e i miei figli conoscano queste meraviglie delle quali ho molta nostalgia. Ci vengo nelle diverse stagioni, da quando mi sono trasferito giù in pianura. Non posso dimenticare i silenzi, le voci, i suoni di questi posti nei quali ho vissuto gran parte della mia lunga esistenza. Qui è tutto molto bello, ogni stagione ha una voce particolare. E’ spaventosa ma affascinante quella della “brentana”, la forte pioggia che fa aumentare l’acqua in queste gole e che con la sua forza vorticosa e spumeggiante, trasporta rumorosamente quanto incontra nella sua corsa. Mi piace ascoltare anche quella del vento gentile come oggi, oppure impetuosa, unita alla pioggia e al fragore del tuono durante i temporali estivi, per poi gustare il silenzio di una natura pulita e fresca che torna serena. Questa che vedi è solo una piccola parte di quel percorso che qui chiamano “gli Orridi”. E’ conosciuto con quel nome, perché pur essendo un’opera affascinante della natura, è in vari punti abbastanza pericoloso. Ti assicuro che l’insieme si differenzia dai grandi “Canyon” americani soltanto per le sue dimensioni che sono più piccole, ma lo spettacolo è ugualmente suggestivo. Se vuoi posso mostrarti alcune foto che ho ripreso durante le mie varie escursioni”. Incomincia, cosi, a sfogliare un piccolo album che nelle sue mani magiche prende ad animarsi. “Questa l’ho ripresa da un’altura di circa dieci metri. Vedi, l’acqua scorre su un fondo contornato da pareti gigantesche. Senti come quelle gole profonde ne amplificano la voce e come l’eco rimbalzando procura questo assordante strepito. Questa, invece, riprende l’inizio del “Brent Rizzo”, un’altra gola, dove le acque del torrente Ardo scendono in disegni di cascate, ghiacciate per le basse temperature invernali. E’ quello l’unico periodo in cui ci si può addentrare in quella gola e ammirarne le sculture di ghiaccio. Guarda che spettacolo affascinante; senti anche tu questa sensazione di gelido silenzio?” Il simpatico omino continua a illustrarmi le meraviglie del suo album, aumentando in me il desiderio di approfondire la conoscenza di quei luoghi e il suo entusiasmo cresce a misura che aumenta il mio interesse. Ora appare il vecchio pozzo che ho intravisto mentre scendevo lungo il sentiero. Non è più muto e solitario, sento cigolare la grossa catena che riporta in superficie il secchio gocciolante, mentre un coro di giovani voci accompagna il suo risalire con un allegro canto. Sul sentiero alcune mucche si avvicinano al vecchio abbeveratoio di pietra, qualcuna mi guarda con i suoi occhi tranquilli e muggisce come a trasmettere alle altre il suo stupore per quell’insolito incontro. “Questa l’ho ripresa una mattina molto presto”, continua il Mazzariol, “era un susseguirsi di salti, fruscii, corse, sembrava che tutti gli animali dei dintorni si fossero dati appuntamento nello stesso luogo”. Infatti: caprioli, cervi, volpi, tassi, lepri e scoiattoli, si rincorrevano fra l’erba e sparivano tra gli alberi, lanciando i loro richiami come per una gioiosa festa. Ancora una scena si anima sotto i miei occhi: è un gruppo di case ormai vuote raccolte intorno all’aia. Dalla vecchia stalla giungono ancora odori e voci che riempivano i giorni pieni di fatiche e di gioie semplici dei nostri nonni, che conoscevano ad una ad una le loro “bestie” e le chiamavano per nome. L’omino in rosso chiude il suo album magico e scompare con la sua allegra famiglia, lasciando nel mio cuore una grande nostalgia. Do un ultimo sguardo alle rocce colorate levigate dall’acqua, la cui voce si allontana sempre più, e in esse leggo il sapore del tempo passato. Mi saluta il verso acuto di una ballerina gialla che si perde tra gli alberi di mele. Riprendo il cammino verso la macchina, il sole sta tramontando e riempie di sfumature colorate l’orizzonte. Lascio quello spicchio di natura incontaminata e selvaggia che ammutolisce via via che calano le ombre della sera. Mentre raggiungo la macchina è già spuntata la luna a vigilare silenziosa l’incanto che sto per lasciare. Un coro di campane delle chiesette frazionali mi saluta con i suoi rintocchi dedicati a Maria. Proseguo il mio viaggio conservando nel cuore il desiderio di ritornare al più presto per immergermi di nuovo in voci suoni e silenzi, e scoprire tradizioni e ricordi di un capolavoro naturale che porta ancora intatta l’impronta del più grande e fantasioso Architetto.